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Erallon: terzo incipit | Quanta Radio Edizioni

di Giandiego Marigo

Ora, come promesso, vi regalo l'apertura del primo libro. Tali premesse e conclusioni saranno presenti nella prossima ristampa che raccoglierà il primo ed il secondo libro in un unico tomo; quindi, si tratta, sotto certi aspetti, di una ghiotta anticipazione, anche se non sostanziale.
 
Vi ho già confessato che l'intento è: non solo quello di dimostrarvi la mia "naturale ed innata" generosità, ma anche di intrigarvi allo stile dello scrivano in questione.
 
Scelgo la soluzione dell'unico libro per rendere più accessibile l'intero romanzo senza interruzioni. Infatti così la saga riuscirà meglio divisa e ogni suo comparto sarà leggibile autonomamente e conclusivo di una intera sezione del racconto globale. Sebbene l'intera saga risulti importante e conseguente.
 
Questa prima parte però io la trovo bella, ben scritta ed anche utile (sebbene sia, forse, molto descrittiva) per affrontare i libri; quindi ve la premetto in modo pubblico e gratuito e spero che vi sia cosa gradita.
 
Siatemi complici e spero ne sarete soddisfatti.
 
 
PREMESSA
 
Perdonate, suvvia questo vostro scrivano del dover, prima d’addentrarsi nella narrazione delle vicende, premettere una descrizione del contesto.
 
Ci si rende ovviamente conto di quanto questo possa essere problematico e di come non rientri nelle buone norme di “vendita” d’uno scritto quale quello di questo vostro umile servo.
 
Essa, quindi, pur non essendo “quel che si conviene” all’incipit di una vicenda epica è però necessaria all’inquadramento di quel che andremo a raccontare, abbiano quindi, le vostre graziose maestà, pazienza e tollerino questa premessa alle mirabolanti avventure di Euraclia “La Portatrice” e della sua schiatta.
 
Non è la convenienza quindi né il giusto incipit, quel che ci assilla, ma che voi tutti comprendiate, il come, il dove e il quando, quel che ci accingiamo a narrare avvenga.
 
Iniziamo questa nostra narrazione con il dire che questa è una storia d’amore, d’intelligenza e di magia. Premessa forse inutile che ci piace fare. Ci occuperemo qua e là di modi e comportamenti, di usanze e di costumi, sin di filosofia e dell’immagine che le razze hanno del divino, ma senza pretesa d’essere solutori di alcunché.
 
Non profeti, quindi, non storici e nemmanco scrittori, ma umili scrivani, ripetitori d’una storia che da sola si racconta.
 
La prima delle numerose narrazioni è quella che riguarda la grande famiglia dei Laschien. Quella stessa famiglia che tanta parte ebbe nella rinascita dell’impero. Iniziamo quindi con il collocarla storicamente.
 
Il Caos o quantomeno, quello che gli esseri conobbero e descrissero come tale, era finito ormai da 150 anni (così si narrava).
 
Come e quando fosse realmente cominciato non era dato sapere, non all’epoca del nostro racconto, sebbene in modo del tutto arbitrario si datasse la fine della Caduta e l’inizio del Caos a circa 350 anni prima del tempo di cui stiamo parlando, questa era la storia che gli esseri erano convinti di conoscere.
 
In realtà erano stati moltissimi e graduali gli anni di oscurità, di perdita di memorie e di conquiste, di regresso. Spesso gli esseri si cacciavano in situazioni di questo tipo, erano particolarmente vocati e molto bravi nell’arte del non apprendere e del non avvalersi dei propri errori come bagaglio d’esperienza.
 
La durata del periodo più caotico e oscuro, quella cioè successiva alla caduta del primo impero, era fissata quindi in 200 anni circa, ma era decisamente arbitraria e in realtà si trattava di una sorta di leggenda. Con scarsissime prove scientifiche o scritte degli avvenimenti.
 
Il computo del tempo molto ipotetico e la generale dimenticanza degli anni oscuri avevano contribuito alla confusione.
 
Il regresso era stato deciso, molto consistente. Moltissimo era andato, forse definitivamente, perduto.
 
Nessuno, quindi, aveva una reale memoria storica di quegli anni. Anche se Arradù era un grande pianeta e qualcuno che conservasse le memorie, da qualche parte, doveva pur esserci. Anzi, sicuramente c’era, nascosto probabilmente nella Casa dei Rossi, unici cultori dell’antica scienza della memoria storica, ma altrettanto versati nell’uso della segretezza e dell’isolamento. All’epoca in cui inizia il nostro racconto, non era reputato opportuno dai Maestri Rossi divulgare la loro scienza e il bagaglio sapienziale.
 
Con assoluta certezza non esisteva alcuna tradizione di storicizzazione in quel che rimaneva dell’antica Erallon. Nei territori dominati dal Conclave.
 
Quello che era stato l’impero più potente di Arradù si era frantumato in una infinità di staterelli, retti ora da un Duca ora da un Barone.
 
Più spesso dal ricordo confuso di ciò che era stato e da qualche Chierico Bianco.
 
Il tutto, infatti, aveva un tessuto di connessione, era tenuto insieme da una teocrazia monocorde e profondamente conservatrice... I Bianchi del Conclave.
 
Vivevano in una parvenza di pace, per quanto potesse veramente essere definita tale quell’assoluta immobilità. Quella stagnazione, che solo i Bianchi di quei tempi osavano definire pace, imperava da moltissimi anni, lunghi e piatti, assolutamente immobili.
 
Meglio rispetto a prima?
 
Rispetto agli anni oscuri?
 
Forse sì! In apparenza, almeno, decisamente meno cruenti e violenti.

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