Quantaradio

Il blog di Quantaradio

L'IMMORTALITA' I-TECH, IL TEMPO SOSPESO DELL'ARTE

Riflessioni sull'era Covid ispirate alla saga di Nemesis

di Eva Milan

Eternity, la mutazione e l’Immortalità

Ho scritto “Eternity” tre anni fa con l’intenzione di proseguire la narrazione di “Nemesis” (2016), ovvero sul dominio dell’algoritmo e la guerra geopolitica ad esso connessa, sviluppandolo ulteriormente sul discorso della mutazione biologica e cognitiva posta dall’accelerazione tecnologica, evidenziandone la tendenza all’immortalità (Immortality, Libro V di Nemesis), e il fatto che questa tendenza stesse avviando un percorso verso l’ibridazione uomo-macchina, attraverso la robotica, la biometria, la nanotecnologia, determinando contemporaneamente una smaterializzazione dei corpi biologici e dunque dei rapporti umani e dell’esperienza sensoriale mediante processi sempre più immateriali (Eternity, libro VI) e funzionali all’egemonia neurocapitalista.

Non è qualcosa che avevo immaginato avvenire nel futuro, ma che avevo avvertito nell’imminenza. Il progressivo adattamento cognitivo a questa mutazione (e a quell’egemonia) è già avvenuto almeno da una quindicina di anni, con la connessione infosferica perpetua e la singolarità tecnologica come estensione psico-fisica. Non mi è molto difficile immaginare che da qui si possa arrivare in breve tempo a ciò che ho narrato in “Eternity”, che con il salto al linguaggio quantico applicato ai sistemi software e AI la mente umana possa venire un giorno copiata e installata su un supporto hardware, o che la realtà virtuale di “Eternity”, un ambiente dove attraverso il collegamento della mente a un software le percezioni e le esperienze sono verosimili, sarà il mondo parallelo in cui vivremo normalmente, mentre il mondo materiale sarà come il Nyx, il vecchio mondo narrato in Nemesis, un deserto lasciato alla depredazione delle risorse per il mantenimento del mondo digitale.

Questo paradigma è già in corso ed è già stato assimilato psichicamente, seppur inconsapevolmente, attraverso la pervasività quotidiana dell’infosfera; quel mondo parallelo metaforizzato in Eternity, con la sua emotività e i suoi rapporti virtuali, la sua necessaria rete di sorveglianza psichica e di controllo sociale insita nel DNA della società tecnologica, si è già realizzato, e la nostra mente è già pronta per la simbiosi con la singolarità tecnologica. Abbiamo ancora una percezione del mondo fisico perché ci troviamo in mezzo al guado tra vecchio e nuovo mondo.

 

Il tempo del Covid come occasione di accelerazione

Con l’esperienza del Covid, sono avvenuti due fatti emblematici di questo passaggio accelerandolo ulteriormente, offrendone una brusca anteprima.

Il primo fatto è che ciò che era già parzialmente in evoluzione nella società neurocapitalista, la sostituzione del mondo fisico con quello digitale, è stato radicalmente imposto dalla comparsa di un virus. Nel lockdown, nella distanza sociale, l’esistenza contemporanea si esprime definitivamente nella connessione perpetua, si incentivano le videochiamate, lo smart working, la scuola telematica, le video-interviste, le video-conferenze. I sistemi di sorveglianza, la censura, la repressione, si potenziano con quelli automatizzati, arrivano le app, i droni, o gli algoritmi di controllo delle notizie. La maggior parte dello scenario che avevo già narrato in Nemesis immaginandolo possibile futuro tra una trentina di anni, nell’arco di soli quattro anni dalla stesura finale del romanzo e conseguente pubblicazione si è già verificato, compreso lo sviluppo in campo militare di armi autonome basate sull’AI; manca solo il software telepatico, che in Nemesis ho chiamato MindTransfer… non sono esperta di tecnologie, non credo che uno scrittore debba per forza esserlo, ma nulla mi vieta di immaginare che di questo passo si possa realizzare presto anche il software Mind Transfer. In realtà le sue armi psichiche esistono già senza il bisogno del microchip sottocutaneo, così come le varie forme di sorveglianza, ma la tendenza dell’applicazione dell’AI in ogni campo per il dominio biopolitico ed economico è ormai irreversibile.

Il secondo fatto è che il sistema neurocapitalista globalizzato, nella fase in cui ricerca l’immortalità e la smaterializzazione attraverso il dominio dell’algoritmo e l’AI, si trova costretto ad affrontare la fragilità umana con un’impotenza e vulnerabilità che ormai tende a disconoscere il mero fatto biologico come condizione accettabile. In questo shock rappresentato dal virus, anziché rafforzare e promuovere quei sistemi materiali e quei saperi ormai indeboliti dalle politiche neoliberiste ma che sarebbero più appropriati per far fronte a un’epidemia, ovvero i sistemi sanitari e assistenziali, le politiche sociali, la solidarietà, si ricorre agli strumenti attualmente più affidabili e convenienti per le classi dominanti, ovvero il linguaggio bellico, l’infodemia, la repressione e la tecnologia, il che determina l’accelerazione di quei processi in corso, che si svelano nell’immaginario collettivo, nel teatro dell’information guerrilla,. La distanza sociale è stata non solo la soluzione più semplice e collettivamente accettabile, ma anche l’immaginario più potente contro il virus, mentre il fronte sanitario quello più debole. Il Massachusetts Institute of Technology, fucina tecno-intellettuale di Silicon Valley, scrisse con nonchalance sovrastando la voce dell’OMS: “La distanza sociale sarà per sempre”, senza destare alcuna reazione di sconcerto.  

L’occidente sembra dunque incapace di risolvere un evento biologico se non con lo spirito della competizione tra stati, economie, multinazionali, e con la propaganda del terrore, anziché con la collaborazione e l’organizzazione. Abbiamo così scoperto che un virus, un’epidemia, un fatto biologico, nel 2020, è considerato evento nuovo che si può combattere soltanto con la sospensione dei sistemi assistenziali, dei diritti e delle relazioni umane. In realtà è questo il fatto nuovo, l’inadeguatezza della gestione tecnologica di un evento biologico per nulla nuovo.

I bambini scomparsi, le crisalidi e gli Immortali

In “Immortality, Libro V” del volume Eternity non c’è l’epidemia, c’è il fallout nucleare che minaccia la sopravvivenza umana. Per combattere il fallout, viene diffuso un batterio che neutralizza l’uranio, il geobacter. Il geobacter non è come un vaccino, è un riequilibratore ecosistemico, ma il disastro è talmente esteso che l’estinzione umana potrebbe avvenire prima che il geobacter riesca a decontaminare il pianeta… la soluzione alla probabile estinzione è il blocco della riproduzione biologica umana insieme alla sperimentazione dell’Immortalità attraverso l’upload della mente su robot dalle sembianze umane. Contemporaneamente, avviene il mistero della sparizione dei bambini, che è al centro dell’investigazione dei protagonisti.

Mi colpisce come questa situazione del Covid abbia messo allo stesso modo al centro la “scomparsa” dei bambini, ovvero con il loro isolamento, la scuola telematica, e la distanza sociale… in “Immortality” i bambini scomparsi sono in realtà le cavie dell’esperimento di mutazione artificiale di specie, gli Immortali. Anche nel Libro VI, “Eternity”, s’indaga su casi di scomparse, questa volta dentro il mondo parallelo e virtuale di Eternity, nella sparizione stessa dei confini tra reale e virtuale. Qui vivono le crisalidi, ovvero i back-up delle menti destinate ad essere uploadate sui robot, che interagiscono e instaurano relazioni emotive e verosimilmente fisiche con gli umani in un ambiente sensoriale immateriale.

Si è parlato all’inizio della pandemia (ora l’argomento pare sia stato “assorbito” dal processo di assuefazione) dei danni psicologici che la distanza sociale potrebbe causare ai più giovani, una distanza sociale che era in realtà già in embrione; i ragazzi si rapportavano già da tempo con l’alienazione della singolarità tecnologica, erano già pre-specie ibrida nell’embrione di Eternity e in questo processo progressivo di istantaneità del linguaggio, automatismo del pensiero, smaterializzazione dei rapporti, non è contemplata alcuna ribellione giovanile.

Come ha ben descritto la situazione un amico insegnante di liceo artistico, “il massimo della loro trasgressione è giocare con lo smartphone sempre e comunque”.

Se questo accade in un liceo artistico, che ai miei tempi era ambiente scolastico di maggiore espressione trasgressiva e anarchica, cosa ne sarà dell’Arte nel “nuovo mondo”? Può esistere Arte senza trasgressione e spirito critico verso l’ordine costituito, ovvero quello del dominio dell’algoritmo, dell’automatismo e dell’istantaneità del linguaggio-pensiero-emotività? L’Arte come mera adesione a nuovi linguaggi di sistema è Arte? Esisterà ancora spazio di ribellione e autonomia della rappresentazione entro questo paradigma?

Nel mondo ipertecnologico di Arcadia descritto precedentemente in Nemesis, la scultrice Sisifo smette di scolpire la sua fatica eterna: “il mondo è sospeso”, dichiara.

Vediamo cosa è accaduto all’ambiente dell’Arte al tempo del Covid. I teatri, i cinema, i luoghi della musica dal vivo, i musei, diventano luoghi inaccessibili, proibiti. L’Arte diviene esprimibile soltanto attraverso strumenti virtuali, immateriali, accessibile solo attraverso Internet o televisione. Coloro che sono a disagio o incompatibili nei confronti di questi sistemi entrano in crisi, non solo gli artisti, ma tutti i comparti dell’industria dell’intrattenimento con i suoi lavoratori e la sua filiera economica.

Ma come reagiscono gli artisti, in questa fase? Alcuni si sono espressi virtualmente. Altri si sono depressi. In generale mi sembra che invece di cogliere questo momento come una fase di elaborazione artistica e di critica al sistema, c’è stato un adeguamento generale insieme a un blocco creativo divorato dallo tsunami infosferico, determinato principalmente dalla necessità di comprendere ciò che stava accadendo, costituito da due fronti, l’overdose sanitario-informativa da una parte, il dibattito biopolitico dall’altra. L’Arte si è espressa pochissimo in questa fase, compresa la letteratura. Nessuna forma d’arte ha osato esprimersi criticamente. Quegli scrittori che avevano tentato una critica del contemporaneo si erano già espressi precedentemente al Covid, passando per preveggenti. Ma scrittori che abbiano assunto un ruolo catalizzatore nella fase Covid non ne ho visti. La tragica scomparsa dello scrittore Sepulveda in questo scenario mi sembra l’evento in ambito letterario più clamoroso e simbolico. Al contrario, gli artisti e gli intellettuali visibili hanno aderito alla visione dominante, alcuni si sono fatti testimonial e portavoce della propaganda dell’establishment. Si tratta di componenti élitarie che erano già assorbite dal mainstream e dai meccanismi del dominio del mercato culturale o affiliate a correnti e movimenti politici che anch’essi hanno aderito alla narrazione dominante.

E gli artisti indipendenti?

Gli artisti indipendenti erano stati già neutralizzati. Essi non hanno né voce, né presenza, hanno passato gli ultimi venti anni a prodigarsi per conquistarsi uno spazio nello tsunami infosferico che in realtà li ha spazzati via, perché non ha dato loro strumenti di cognizione. Né il sistema in cui hanno operato ha mai dato loro strumenti per divenire militanza, se non entro le stesse dinamiche della propaganda infosferica e cui ciecamente o forzatamente hanno aderito. La maggior parte di essi non è che appendice del sistema dominante a monte, quello che insegna a conquistarsi uno spazio dentro al sistema invece di contestarlo e sovvertirlo. Ma le voci libere ci sono, affermare il contrario è una falsità. È una falsità sistemica negare a quegli artisti e intellettuali coraggiosi che hanno costruito un percorso di cognizione e critica del contemporaneo di esistere. È esattamente ciò che il mercato liberista desidera: escludere, silenziare, annientare queste poche e uniche voci. In questo contesto, scagliarsi contro gli intellettuali e gli artisti tout court come un’unica componente omologata senza offrire sostegno e spazi a coloro che hanno una Storia antagonista è ulteriormente complice del sistema. La critica libertaria deve andare contro il sistema di potere che esclude queste voci. Se queste voci sono invisibili, bisogna dire con forza che coloro che aderiscono al mercato culturale dominante non sono soltanto intellettualmente scadenti ed eticamente vuoti, ma sono anche complici per l’esclusione di quegli intellettuali e artisti liberi, sottolineando liberi, di valore intellettuale, artistico ed etico che dovrebbero invece stare al loro posto. Il primo valore intellettuale, artistico, etico è quello dell’essere liberi.

Il romanzo è ancora attuale?      

Mi sembra percezione diffusa, specialmente in ambienti intellettuali ed editoriali, e di conseguenza anche del pubblico, che oggi la narrativa non trovi un ruolo all’altezza dei tempi, se non come forma di intrattenimento. L’impressione è che la saggistica seppur da sempre genere di nicchia abbia soppiantato l’autorevolezza del romanzo in quanto a forma di lettura del presente, e quando tenta di farlo viene accolto con pregiudizio e scetticismo. Tutt’al più per trovare un senso del distopico nel contemporaneo si citano autori del passato, come Orwell o Philip Dick. Spesso sono proprio i saggisti, i filosofi, gli analisti poltici, a ricorrere a queste citazioni. Di fatto questi ultimi esprimono ormai più dissenso che non gli artisti.

Vorrei però contestare questo concetto di inadeguatezza del romanzo contemporaneo. Sarò autoreferenziale, poiché io stessa pur venendo dalla saggistica per rappresentare l’imminenza ho scelto di scrivere un romanzo distopico anziché un saggio. Ma l’argomento che pongo è il motivo stesso per cui ho fatto questa scelta. In controtendenza credo fermamente che la potenza visionaria del romanzo abbia ancora una sua funzione insostituibile nell’immaginario collettivo rispetto al linguaggio analitico meno accessibile della saggistica.

È vero che la letteratura in questo senso è stata già sostituita non solo dal cinema, ma ancor più dalle serie TV… Un romanzo di fantascienza non ha lo stesso impatto diffuso e istantaneo di una serie come Black Mirror sull’immaginario collettivo, è il medium pervasivo per eccellenza a darne potenza: lo schermo televisivo. Con la TV è avvenuto già nel ‘900 il passaggio da homo sapiens a homo videns che ha determinato il sorpasso. La letteratura dovrebbe però mantenere il ruolo di colmare il vuoto derivante dalla pervasività visiva e istantanea del medium, nella sua capacità visionaria di liberazione che passa per l’elaborazione autonoma dei contenuti. Questo vuoto di fronte alla neutralizzazione tecno-infosferica ai danni della potenza del testo letterario visionario, sta diventando voragine. È in questa voragine che avviene la mutazione insieme alla perdita di autonomia rispetto alla pervasività del medium. Quella dell’homo sapiens e quella dell’homo videns sono due percezioni diverse, mediante la lettura è elaborazione autonoma, mediante lo schermo è subliminale. Quella dell’homo digitale è ancora più inconscia, la percezione visiva e sensoriale si evolve verso il 3D e la realtà virtuale, sfonda lo spazio-tempo, diventa immateriale e immortale nel tempo sospeso, il pensiero e ogni processo psichico è soggetto all’automatismo dell’algoritmo. L’intelligenza artificiale elabora per noi, ci sostituisce.

Sento spesso giudicare gli artisti o gli scrittori non all’altezza del presente. Devo in parte convenire, alla luce di quanto fin qui osservato. Tuttavia non sento altrettante critiche verso chi determina questa estinzione intellettuale, i centri di potere economico e i loro tentacoli che governano l’infosfera, il mercato della cultura e della tecnologia. Gli artisti che pure sperimentano nuovi linguaggi, in questo contesto sono destinati all’invisibilità. Se uno scrittore riconosciuto come De Lillo ha meno impatto di True Detective, non è per incapacità comunicativa di De Lillo, né è la sperimentazione del testo di per sé ad aver esaurito la sua funzione se non quella della trasposizione cinematografica… è la potenza catalizzante del medium e delle scelte di marketing a decidere formazione, orientamento e riconoscimento. Sono le scelte della società del mercato globale che determinano l’immaginario, gli artisti non ne sono immuni, si adeguano, e il mercato attualmente più potente è quello più avanti nella competizione dello sviluppo high-tech applicato per prima cosa in ambiente massmediatico e dell’infotainment.

L’onnipotenza del neurocapitalismo e la sua spinta verso l’automatismo dell’algoritmo e dell’intelligenza artificiale, sul futuro della specie, sulla natura, sull’intelletto, determina anche il destino dell’Arte e della cultura. Dire questo non significa rifiutare il progresso, la tecnologia, la scienza. Dire questo significa porsi criticamente verso i processi biopolitici di accentramento élitari e le loro agende di marketing in una competizione di interessi di pochi, a rischio di diritti, cultura, autonomia di pensiero e di scelte esistenziali di molti nella società ipertecnologica.     

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