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Il rock è morto? Non so, ma io non mi sento molto bene | Quanta Radio

La 'rivoluzione' (presunta) del web e l'incontrastato mainstream.

Ripubblichiamo un vecchio articolo di Eva Milan, che a 9 anni dalla sua pubblicazione, offre ancora moltissimi spunti, nello scenario distopico attuale. 
 
di Eva Milan del 29/01/2012
 
Qualche tempo fa un articolo di Gino Castaldo dal titolo “Il silenzio del Rock. Questa volta è finita davvero” ha suscitato molte polemiche soprattutto da parte di chi sa che esiste un circuito indie vivo e vegeto, usando come argomento di contestazione all’articolo il fatto che oggi la musica viaggia attraverso il web e modalità “altre”, indipendenti dal circuito mainstream e dalle logiche di mercato tradizionali a cui Gino Castaldo resta affezionato. Questo è un argomento inconfutabile, che però non mi impedisce di vedere, più che la morte, un malanno del rock da un altro punto di vista, trovandomi agli antipodi rispetto al terreno in cui si muove Castaldo, ovvero dalla prospettiva “underground”, quel laboratorio sociale esperienziale da cui tutto dovrebbe nascere ed evolvere.
 
Personalmente (ingenuamente?) parto sempre dall’idea che il rock è “vivo” e soprattutto è “sano” quando esiste come fenomeno sociale e si nutre di un fermento dal basso verso l’altro, e in quanto tale non può essere rinchiuso entro un meccanismo di mercato, mainstream o "indie" che sia, che al contrario determina cultura di massa dall’alto verso il basso.
 
Che oggi la cultura rock si limiti a un fenomeno di mercato che esercita la sua influenza dall’alto verso il basso è un fatto, se non ovvio, facilmente constatabile guardando al funzionamento dei circuiti live, ormai completamente accentrati in mano a grandi gruppi organizzativi. In questo meccanismo il livello di affluenza ai concerti rock “di massa” e quelli del circuito indie che propongono gruppi già affermati come il Teatro degli Orrori , i Verdena, gli Afterhours o i Baustelle, tanto per citarne alcuni, è ancora molto alto e va in parte a colmare quel vuoto economico generato dalla crisi delle vendite del supporto fisico.
 
Ma se andiamo a vedere lo stato della musica dal vivo underground, che usa soprattutto il web per rendersi visibile, ci troviamo davanti a una risposta che oserei definire di “diserzione”, un paradosso rispetto all’offerta di musica autoprodotta diffusa sul web. In questa diserzione ci sono ovviamente le solite eccezioni, che riguardano quasi sempre ambienti circoscritti dotati di particolari forze aggreganti e promotrici dal basso, ma che credo marginali e insufficienti a rappresentare il sintomo di una vitalità generalizzata del rock underground.
 
Se ripenso ai primi anni ’90, ai locali strapieni di ragazzini scalmanati sulle note di un qualunque gruppazzo punk sconosciuto e sgangherato, a Seattle come a Roma, se ripenso alle esperienze di locali come il Uonna Club a Roma o il Bloom di Milano, in cui si esibirono tra i tanti gli ancora sconosciuti Soundgarden e Nirvana, o ai centri sociali e gli scantinati che sfornavano gruppi come 99 Posse, Assalti Frontali e Massimo Volume, se ripenso ad iniziative importanti come Enzimi, la rassegna promossa a metà anni ’90 dal Comune di Roma insieme a Radio Rock per la musica emergente, con l’Air Terminal affollato mentre si esibivano decine di band underground, se ripenso ancor prima al processo dal basso che da quel fermento di pubblico innescò l’exploit di piccole etichette come la Sub Pop, la Factory Records o la Dischord negli USA o la nostra Mescal e il CPI in Italia, se rivedo tutto questo e poi guardo ai locali semi-deserti di oggi, alla freddezza e difficoltà con cui spesso ci si rapporta nell’organizzare e promuovere un concerto, allo scarso interesse di pubblico, al vero e proprio “mortorio” a cui si assiste durante la maggior parte dei concerti underground nei locali live della capitale, mi resta difficile pensare che quel tipo di coinvolgimento che dovrebbe determinare la vitalità del Rock, quantomeno quello nostrano, non sia insufficiente a tenerlo in vita e a produrre novità degne di nota….
 
Forse sto cadendo nella stessa trappola nostalgica e incapace di leggere il nuovo tempo contestata a Gino Castaldo, ma non credo nemmeno che una riflessione sul reale stato di salute del Rock in quanto espressione sociale del presente sia del tutto fuori luogo.
 
Il fatto che la musica rock underground si mantenga in vita grazie al web è un altro punto per me controverso e pieno di interrogativi e mi chiedo quanto questa vitalità virtuale sia apparente e illusoria se poi essa non è in grado di materializzarsi, di coinvolgere moltitudini di giovani ed essere rappresentativa nella realtà là fuori, nelle strade, nei centri sociali, nei locali, nelle iniziative sociali.
 
Con questo non voglio dire che il rock sia morto del tutto o per sempre, o che la sua esistenza come fenomeno sociale sia indispensabile in ogni momento storico. Penso che se la cultura giovanile riuscirà a liberarsi dalle tenaglie del mercato e soprattutto a ribellarsi al pensiero dominante, il rock avrà ancora modo di esprimersi in tutte le sue svariate forme e contaminazioni. Ma in questo momento storico di transizione, da cantautrice outsider e underground che nel 1990 aveva vent’anni, trovo inevitabile fare una riflessione autocritica per cercare di dare risposte al mio personale disagio nel portare quel tipo di cultura rock in un ambiente che da quella cultura non si sente più rappresentato. Direte, problema tuo. Eh già...
 
Tornando all’osservazione di Castaldo sul fatto che i movimenti di oggi non hanno una colonna sonora “rock” che li rappresenti, non mi sento neanche qui di dargli tutti i torti, specialmente se mi pongo la semplice domanda:
 
“Chi sono oggi i giovani musicisti rock che rappresentano la loro generazione, la generazione degli studenti che vanno in piazza a protestare per chiedere un futuro, dei giovani precari, dei giovani arrabbiati senza rappresentanza, dei giovani indebitati a vita dal finanz-capitalismo?”
 
Sarò ignorante, ma io non so rispondere a questa domanda. Per quanto riguarda l’Italia, mi vengono ancora in mente Il Teatro Degli Orrori, i 99 Posse e gli Assalti Frontali, ma non posso ignorare il fatto che questi musicisti sono praticamente miei coetanei, e non ventenni di oggi.
 
Ci sono "i ventenni di oggi" che fanno buona musica rock, evoluta, capace di contribuire e rappresentare il presente? Se sì, dove stanno? Rinchiusi nel web, senza alcuna possibilità di uscirne? A suonare su un palco sfigato davanti a quattro gatti? A rincorrere inutili inconcludenti e noiosissimi contest a loro spese? Qualcuno grazie al web ha organizzato per loro un concerto nelle università? Qualcuno li ha ingaggiati per suonare a una manifestazione contro Draghi e la BCE? Qualche comune li ha sostenuti con i fondi per le politiche giovanili? Qualche etichetta locale gli ha prodotto un disco? E i loro coetanei lo hanno comprato o scaricato (a pagamento) da Internet?
 
Se tutto questo sta accadendo a mia insaputa, allora vuol dire che io sto farneticando e che il rock gode ancora di buona salute. Oppure sono io incapace di leggere il presente mentre è in atto una grande rivoluzione... Oppure semplicemente vuol dire che non è indispensabile che quei ventenni esistano, e che tutto è impermanente, anche il Rock. Magari, se così fosse smetteremmo di suonare e di ascoltare tante minestre riscaldate e di sentirci dire che il rock è morto ogni dieci anni. Macché, il rock non muore mai, dovesse risuonare anche solo attraverso il deserto, altrimenti i vecchi detentori di copyright ne risentirebbero…
 
Battute malvagie a parte, resta il fatto che le risposte date a Castaldo da parte degli entusiasti del web a me non convincono per niente, e per ora mi resta il dubbio: ma non sarà mica che questo immaginario entusiasta diffuso dal web, questo suo miraggio di vitalità, di paradiso dell’autoproduzione, della musica indipendente e libera, è in realtà un universo chiuso, ghettizzante, autoreferenziale, incapace di reinventarsi e di riprodursi nella realtà in una vera ribellione, un immaginario strumentale affinché i soliti avvoltoi continuino il loro dominio culturale del mercato musicale dentro e fuori dal web?

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