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LE CARIATIDI DELLO SHOW-BIZ | QUANTA RADIO

Lo spettacolo decadente e gli artisti forzatamente a casa

di Eva Milan
 
Gli italiani hanno leccato il di dietro a quella lobby oscena delle case discografiche per più di mezzo secolo, a quella decadenza scenografica ridondante e ritoccata sempre uguale a sé stessa almeno sin dagli anni ottanta, a quello spettacolo del provincialismo nazional-popolare degno di un dopoguerra mai finito, e tutti gli alternativi invisibili fino a quella settimana oscena di febbraio in cui un telefilm di serie B già visto miliardi di volte offre il peggio della musica mondiale, un raccoglimento con gli ex berlusconiani, dalemiani, craxiani, andreottiani, renziani, grillini, spadolini, de michelis,  con l'alta società imprenditoriale e lo sfoggio delle loro mogli, con le élite pubblicitarie e le riviste e i freelance e i fotografi e gli speaker radiofonici e gli stilisti di moda e la Milano da bere ma anche Scampia e il quartier generale della BMG, schierate tutte le mummie immortali che mai furono scomparse e tutti gli esordienti simili ai predecessori, l'Italia intera come unico magma-spettatore nell'intimità domestica al cospetto degli spot multimiliardari della BMW e gli assorbenti Lines, un dejà-vù di battute di un copione scadente che divertono solo Versace e le maschere sedute in prima fila proprio di fronte al trasudo magistrale dell'orchestra, tra una canzone dall'insignificante testo musicalmente dozzinale e l'altra ad osare e dosare un'apparenza alternativa all'altezza dei tempi o dell'ennesima retorica sul femminicidio e l'estetica pacchiana scimmiottante di icona pop internazionale, tra polemiche platealmente organizzate e simulazioni d'improvvisazioni clamorose a riempire le prime pagine da incartamento uova e le voci degli speaker radiofonici nei supermercati a intrattenere con parodie alla Elio e Le Storie Tese sempre tutte uguali, i gossip e i servizi scandalistici dei telegiornali, l'ingranaggio inarrestabile che stritola intellettualmente persino le migliori menti creative di quell'ambiente di merda che sta tutto intorno e dentro e fuori alla musica italiana di ogni genere e grado, alla spettacolarità televisiva ed extra televisiva intera, e i bambini impareranno le canzoni a memoria insieme ai genitori già il secondo giorno, e le classifiche trasmesse nelle sale d'aspetto degli ambulatori... Ci si aspetta adesso cosa? Che gli italiani, o meglio i loro migliori rappresentanti di Rai Pubblicità che proiettano tutti gli immaginari rinuncino all'appuntamento immortale, ovvero agli introiti della fabbrica della sottocultura di massa, e che vi rinuncino non perché spettacolo indegno e cognitivamente degradante da tempi immemori, ma perché le regole in tempi pandemici valgano per tutti e a rivendicare il diritto di esistere a quei musicisti di qualità e al Teatro la cui esistenza mai il magma-spettatore collettivo degnamente riconobbe? O che vagamente immaginava esistere nel disconoscimento della marginalità e precarietà e dunque mai degni di attenzione, sacrificabili non da ora ma come sempre furono, perché la fabbrica-spettacolo continui a trascinare, assorbire, devastare l'identità e la cultura intera.
Vorremmo forse privare gli italiani saccheggiati interiormente dall'assuefazione dello spettacolo pandemico di questa unica settimana di evasione salvifica, di strappo alla regola della routine virale con altra routine virale, rigenerante dell'economia dell'infotainment da cui saranno bombardati con raffiche insostenibili di solidarietà, cordoglio, elogi al governo, propaganda vaccinale, tv del dolore, eroismo dei medici e infermieri, mito della scienza, il trionfo di tragedia e farsa tra una canzone oscena in mascherina calata e l'altra che si aggiunge alla tragedia della canzone stessa e la sua mascherata, il tutto in un unico pacchetto-format martellante per una settimana pervasiva di retorica sfacciata che gli strateghi pubblicitari a libro paga stanno già abbozzando nelle stanze di Rai Pubblicità...  Rinunciare, voi dite? a una battuta trita del valletto sgargiante Amedeus e l'ennesima figura di merda di Morgan o di chiunque altro fenomeno da baraccone che ambisca al suo posto e i conseguenti status facebookiani? 
Perché privare gli italiani di ciò? 
Pensiamoci bene. Non so se sarebbe giusto. Nel quadro generale, lo avvertirei come un singolare vuoto dell'eco ricorrente da social network, mancanza incolmabile di un eterno presente infosferico senza soluzione di continuità, una superficie piatta a sprofondare nella voragine nell'inconscio nazionale, un paradosso distopico che annienterebbe il distopico, o come minimo una stonatura.

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